Adios, España infeliz
Gli spagnoli se ne vanno, il loro paese finirà come la Grecia, il loro primo ministro continuerà a rifugiarsi nella sua “retranca”, nell’ambiguità, la disoccupazione continuerà a restare sopra al 20 per cento chissà ancora per quanto, e se il 25 novembre i catalani faranno il passo più lungo della loro indebitata gamba non ci sarà nemmeno più un’unica Spagna.
11 AGO 20

Gli spagnoli se ne vanno, il loro paese finirà come la Grecia, il loro primo ministro continuerà a rifugiarsi nella sua “retranca”, nell’ambiguità, la disoccupazione continuerà a restare sopra al 20 per cento chissà ancora per quanto, e se il 25 novembre i catalani faranno il passo più lungo della loro indebitata gamba non ci sarà nemmeno più un’unica Spagna. Gli spagnoli se ne vanno perché assieme alla disintegrazione europea temono di assistere alla disintegrazione del loro paese, non un bello spettacolo dopo gli anni lussuriosi in cui la Spagna sembrava destinata a far gioire il mondo intero. Dove vanno, gli spagnoli? Qualche settimana fa il Courrier International aveva tradotto un lungo e deprimente reportage sulla fuga a sud degli spagnoli, verso l’Africa, un flusso inverso rispetto a quello cui tutti noi paesi mediterranei siamo abituati, la stessa disperazione. Domenica invece il Sunday Times ha raccontato – riportando i commenti dei novelli “conquistadores” – la fuga degli spagnoli verso il Sud America, anche qui flusso contrario rispetto all’ultimo decennio. Molti vanno in Argentina anche se una birra costa quattro volte tanto rispetto a casa a causa di un’inflazione che viaggia tra il 25 e il 30 per cento (e nonostante la rabbiosa presidente Kirchner). Ma pure la Colombia, “nonostante sia nota per i rapimenti e i trafficanti di droga” chiosa l’autore dell’articolo, attrae molti spagnoli, “la qualità della vita è migliore, se capisci il business”, dice un trentenne di Alicante che gestisce due ostelli a Medellín, bastione del traffico di cocaina. E anche il Venezuela del presidente eterno Chávez sembra più vivibile della Spagna sulla via del collasso.
C’è un elemento di rassegnazione nella partenza da un paese che sembrava così promettente e ora non riesce a interpretare nemmeno la volontà dei suoi leader, non riesce a dare un futuro ai suoi giovani. Ma c’è anche un elemento di speranza e di vitalità nel non restare a casa a piagnucolare. Ci sono delle donne bellissime “che si prendono cura di te”, dice un intervistato. E c’è che alcuni mali sono peggio di altri, “preferisco l’inflazione alla disoccupazione”, dice la trentunenne Erika, di Barcellona, con buona pace dei banchieri centrali moderni.